|
Foto del Convegno tenutosi a Fermo il 19 maggio 2006
ed organizzato dal consultorio Famiglia Nuova per
dibattere sulla problematica dell'adolescenza.
Articoli scritti dai nostri operatori, alcuni dei
quali pubblicati sul settimanale
La Voce
delle Marche
il 12 maggio 2006, inerenti la problematica
adolescenziale odierna.
Alla guerra
per la libertà
di Azzurra Sorbi
Per
gli altri fino a un certo punto
di Benedetta Polini
L'affidamento
temporaneo
di Benedetta Polini
Adulti sereni se cresciuti giocando
di Carla Bernardini
E' grave dottore ?
di Raffaela Iale
Lo stress tra di noi
di Mariella Bracalente
Vita da bulli
di Barbara Esperide
Educare i grandi
di Maria Luisa Leombruni
Genitori e figli: che cosa prevede la legge
sull'affidamento condiviso
di Stefano Maggini
SmS per genitori
a cura dell'equipe di Mondogiovani
Oratori
e centri giovanili, l'altra casa dei ragazzi
di
Daniela Marozzini e Maria
Vittoria Giustozzi
Una
vita giorno per giorno, senza farsi troppe domande
di
Giovanni Blandino
Cosa
vogliamo e come siamo davvero
di Giulia Marziali
Se
vai male a scuola, arrangiati
di
Samuela Pallottini
Cerchiamo
di prevenire i problemi
di
Claudia Colletta
I
giovani ti sorprendono sempre
di
Simona Mengascini
La
mediazione familiare: che cosa è?
di
Raffaela Iale
. . .
Alla guerra per
la libertà
di Azzurra Sorbi
Forse, la parola ‘libertà’, al
pari della parola ‘amore’, è una delle più abusate
nel nostro linguaggio, ma per quanto lacerata e
sovraccarica non possiamo rinunciarvi.
Nell’adolescenza la realtà
della libertà è così viva che in suo nome si
affrontano lunghe battaglie e si superano ostacoli,
consuetudini, tradizioni consolidate per riuscire a
rispondere all’interrogativo che anima la nostra
vita: chi sono io? In tale ricerca l’adolescente
vive in uno stato di tensione dettato dal
riconoscersi appartenente, legato ad un contesto, ad
un nucleo familiare, ma allo stesso tempo si
percepisce come disidentificato da esso. Tale
ambiente viene rifiutato perché interpretato come
una limitazione alle proprie scelte. Questa dinamica
fa parte strutturalmente della vita
dell’adolescente, ma non per questo i genitori non
possono testimoniare un modello alternativo di
libertà, che non distrugga, ma costruisca, che non
limiti, ma inveri l’individuazione personale dei
loro figli.
Infatti una libertà vissuta
solo come affrancamento da qualsiasi limite, quindi
come assoluta, o come autodeterminazione del proprio
arbitrio, è libertà autentica? Essa coincide solo ed
esclusivamente con la possibilità di scegliere e di
decidere quante più opzioni possibili? O si può dare
una terza via che non sia solo ‘libertà da’ o
‘libertà di’, ma bensì ‘libertà per’ e ‘con’? Una
libertà cioè che vive e cresce inverandosi con la
vocazione della persona, con la sua ricerca ed
aspirazione alla felicità. La libertà è tale quando
è orientata dal e al bene. Un bene che si esplica
nella ricerca della verità e nell’incontro con
l’Altro, in quanto l’uomo è originariamente
relazione e diventa libero riconoscendo l’altro,
accogliendolo nell’amicizia e nell’amore. La libertà
quindi, da possibilità di scegliere tutto ciò che mi
detta la mia volontà senza vincoli, diventa anche
responsabilità per l’altro, risposta al mistero
insondabile del suo essere che sfugge
‘miracolosamente’ al mio dominio, ma che allo stesso
tempo mi costituisce.
Per superare le possibili
angosce esistenziali che vivono gli adolescenti come
il senso di precarietà della propria identità non
ancora realizzata, l’inadeguatezza di fronte alla
vita, l’isolamento interiore e comunicativo, i
genitori degli adolescenti, ma anche coloro che li
accolgono dovrebbero proporre una vicinanza
credibile e liberante che diventi per i giovani un
riferimento vissuto, una possibilità reale per
potere esistere conoscendosi e divenendo se stessi.
. . .
Per
gli altri fino a un certo punto
di Benedetta Polini
Nel 2002 il Centro Servizi per
il Volontariato (CSV) della regione Marche ha
realizzato una ricerca dal titolo “Giovani e
volontariato nelle Marche”. L’indagine è pervenuta
ad alcuni interessanti risultati dai quali è
possibile partire per sviluppare una breve
riflessione sul tema della partecipazione giovanile.
Sinteticamente la ricerca ha
mostrato:
-
la larga diffusione tra
i giovani marchigiani, in linea con i dati
nazionali, della partecipazione ad associazioni o
gruppi di varia natura (volontariato,
associazionismo, movimenti, ecc.);
-
l’esistenza di una
fascia di giovani potenzialmente interessati a
partecipare, ma spesso non sufficientemente
stimolati, su cui poter intervenire tramite forme di
sensibilizzazione e di informazione sul mondo
dell’associazionismo e del volontariato.
Rispetto al primo risultato va
notato che i giovani decidono autonomamente di
essere parte di una data associazione e in ciò si
impegnano, più o meno consapevolmente, a farne parte
attivamente. Come emerso, la partecipazione dei
giovani è orientata sia al coinvolgimento di tipo
decisionale sia all’incorporazione nell’ambito della
determinata associazione. Questo primo gruppo di
giovani possiamo idealmente collocarlo in una sfera
d’azione in cui essi manifestano e mettono anche in
pratica, la volontà di testimoniare un certo stile
di vita. Se questa fetta di giovani non sembra
sollevare particolari questioni, ben diverse sono le
sollecitazioni che provengono dal secondo gruppo,
quello cioè dei giovani che, pur esprimendo il
proprio desiderio di partecipare, rilevano le
difficoltà collegate a tale possibilità.
Cosa limita la partecipazione
degli adolescenti? Il sentimento di estraneità alla
cosa pubblica, la difficoltà di espressione della
propria soggettività, la crisi nella solidarietà
sociale?
Nel primo caso dovremmo
ritenere che i giovani siano sostanzialmente privi
di interessi e/o incapaci di definire i propri
bisogni, ma l’esperienza quotidiana smentisce tale
ipotesi.
Dietro le motivazioni di tale
deficit dobbiamo forse riconoscere la presenza di
una voglia di partecipazione che non sempre trova i
canali in cui identificarsi e potersi esprimere. Ma
la difficoltà dei giovani a testimoniare la propria
presenza e il proprio stile di vita è il segno di
una crisi nella solidarietà sociale, di una frattura
tra dimensione privata e pubblica. Crisi di
solidarietà significa che il noi su cui si fonda un
dato assetto sociale viene avvertito come
problematico e la responsabilità di ciò non è più
assunta collettivamente ma attribuita a chi
controlla, decide, agisce. Al contrario, la presenza
di spazi e luoghi di promozione della partecipazione
dei giovani stimola la loro capacità di cooperare
con gli altri: tramite la partecipazione i soggetti
divengono più informati, attivi, responsabili,
aperti alle istanze degli altri, equi e
collaborativi.
Stimolare la partecipazione dei
giovani, sia attraverso azioni di informazione sia
favorendo l’esercizio di una cittadinanza attiva e
responsabile, significa lavorare affinchè gli
individui elaborino gli strumenti necessari a
rapportarsi con le istituzioni e utili alla
costruzione di identità collegate alla vita sociale.
. . .
L'affidamento
temporaneo
di Benedetta Polini
L’affidamento temporaneo è uno
strumento prezioso ed impegnativo di tutela dei
diritti dei minori. La legge 184/83 “Disciplina
dell’adozione e dell’affidamento dei minori”
(successivamente modificata dalla legge 149/2001),
afferma il diritto dei minori ad essere educati
nell’ambito della propria famiglia e introduce lo
strumento dell’affidamento temporaneo. Tale legge
stabilisce che, nei casi di temporanea inadeguatezza
dell’ambiente familiare, per il minore possa essere
disposto l’affidamento temporaneo; ossia,
l'accoglienza del minore per un periodo di tempo
determinato presso una famiglia, un single o una
comunità di tipo familiare. L’allontanamento viene
inteso come extrema ratio e comunque mai fine
e se stesso, bensì collegato ad un’opera di sostegno
alla famiglia naturale tramite le agenzie sociali.
L’affidamento temporaneo è volto al reinserimento
del minore nella propria famiglia.
Due dimensioni caratterizzano
lo strumento dell’affidamento: la familiarità e
l’accoglienza. L’affidamento nasce per rispondere
alle istanze per la deistituzionalizzazione dei
minori, sviluppatesi negli anni 70: alla dimensione
istituzionale l’affidamento sostituisce quella della
familiarità. L’importanza dell’elemento della
familiarità offerto dall’affido è ben descritto dal
rapporto 1997 sull’infanzia e l’adolescenza nel
quale si afferma che la familiarità è una sostanza
affettiva e relazionale “senza la quale non si
cresce, non ci si sviluppa e non ci si forma
un’identità”.
In secondo luogo, l’affidamento
promuove una mutata concezione delle famiglie
impegnate nell’accoglienza e nella solidarietà. A
questo proposito l’associazione “Famiglia Sociale”,
punto di riferimento per le famiglie affidatarie nel
territorio, si pone come obiettivo quello di “diffondere
una cultura dell’accoglienza; fare in modo che nella
società si diffonda una modalità accogliente nel
rapportarsi; e, nello specifico, l’associazione si
occupa di affidamento”, come ci dice Marco
Milozzi, presidente di Famiglia Sociale. Ma cosa
significa essere accoglienti? “L’accoglienza ti
costringe ad un’apertura mentale non solo verso il
bambino ma all’interno stesso della coppia”.
Occorre munirsi di strumenti per vivere
l’accoglienza; l’affidamento è uno strumento
concreto. Attraverso di esso si vive la dimensione
dell’essere famiglia aperta e disponibile
all’accoglienza. Ciò comporta prendere
consapevolezza del proprio essere genitori e
famiglia affidataria. La relazione con il bambino
impegna la famiglia affidataria a preparare il
minore al rientro nella sua famiglia d’origine.
Questo significa essere attenti a non trasmettere
messaggi equivoci: anche quando si tratta di persone
che hanno alle spalle vissuti di disagio e di
sofferenza, si tratta di non ridicolizzare agli
occhi del bambino i suoi genitori in quanto “il
rispetto della storia è dovuto a tutti, anche al
bambino di tre mesi”. Pertanto, conclude Milozzi,
“noi genitori affidatari siamo una stampella: se
uno zoppica ci si appoggia e poi, quando non serve
più, la stampella si fa da parte per consentire al
ragazzo di andare per conto proprio, con le proprie
gambe”.
. . .
Adulti
sereni se cresciuti giocando
di Carla Bernardini
Nell’ormai classico libro di Donald W. Winnicot
Gioco e realtà, l’autore inizia con una
citazione di Tagore: “Sulla spiaggia di mondi senza
fine i bambini giocano”.
Quali sono i mondi senza
fine di cui parla il poeta? Forse quelli della
fantasia? Gli scenari immaginati dai poeti, dai
narratori nei loro racconti, dai musicisti nelle
loro composizioni, dai cantastorie di ogni epoca? Io
credo che il mondo senza fine cui accenna Tagore sia
innanzitutto la vita, una vita in cui il bambino
gioca.
Gioca sulla spiaggia della vita
… I suoi primi giocattoli sono la bocca, le mani, la
voce, il suo corpo, quello della madre e di chi lo
circonda, e poi gli oggetti che incontra in un mondo
che deve sembrargli infinito.
Attraverso questa
essenziale attività il bambino prima e l’adulto poi,
impara a conoscere se stesso e la realtà esterna e a
porre i necessari confini tra questa e sé.
Dal punto di vista fisico il
bimbo, manipolando gli oggetti e più in generale
muovendosi, favorisce la coordinazione e la
maturazione scheletrica e muscolare.
Da un punto di vista più
strettamente psicologico, il gioco aiuta la
concentrazione, favorisce l’elaborazione di
soluzioni creative utili ad affrontare i problemi.
Il gioco fa sì in sostanza che
l’azione sulla realtà sia concreta oltre che
immaginata, perché il gioco comporta la definizione
di spazi e tempi precisi e prevede, (sempre!) un
“fare” tangibilmente qualcosa.
Inoltre, permette di
sperimentarsi in ruoli diversi in contesti protetti.
Nel gioco ognuno di noi può alternativamente
“essere” il babbo, la mamma, Napoleone piuttosto che
un animale della foresta. In questo modo impariamo a
metterci nei panni degli altri, a scoprire capacità
nascoste e, al contempo, a distinguere in maniera
netta la realtà dalla fantasia, un processo che è
alla base della salute psichica.
Lo psicoterapeuta familiare
Carl A. Whitaker ha affermato: ”Il gioco ha un ruolo
insostituibile nella vita umana. Permette il
rilassamento dei vasi sanguini e dei muscoli e
l’allentamento di quella continua tensione verso uno
scopo che è la malattia più diffusa della nostra
società”. Esso è una fonte inesauribile ed
efficacissima di apprendimenti perché è sempre
eccitante e, come è noto, tutto ciò che ci emoziona
rimane indelebilmente stampato nella nostra mente.
E’ solo attraverso l’attività
ludica che impariamo a stare da soli con noi stessi
senza sentire l’angoscia di questa solitudine. Presi
da qualcosa che ci interessa infatti, il tempo si
riempie, di possibilità e di emozioni.
Infine, attraverso il gioco
condiviso prendono forma le relazioni con gli altri.
Impariamo ad organizzare un gruppo e afferriamo gli
abbozzi di regole di convivenza civile fondamentali:
le regole del gioco, il gioco della vita
appunto.
Non è perciò sbagliato
affermare come il gioco mantenga la sua fondamentale
importanza anche nell’adolescenza in cui,
apparentemente, ogni individuo sembra per la prima
volta metterlo da parte.
Dopo la pubertà ragazzi e
ragazze hanno la sensazione che si cominci davvero a
fare sul serio. I giocattoli, che si tratti di
bambole o macchinine piuttosto che di orsacchiotti,
vengono rifiutata quali rappresentanti di un modo di
essere in cui l’adolescente non vuole più
riconoscersi. “Ormai sono grande … Sono forte …”
dice l’adolescente. Effettivamente in questo periodo
le emozioni e le istanze di cambiamento sono
talmente forti che tutto viene vissuto in maniera
serissima, come una questione di vita o di morte:
ideali, amore, amicizia.
Ma il gioco è creatività e
creatività è tutto ciò che può apportare una
trasformazione in noi. Ecco allora che esso, così
ostentatamente rigettato, fa comunque da sfondo al
mare in tempesta dell’adolescenza, momento creativo
di metamorfosi per eccellenza.
È interessante notare da un
altro punto di vista come la tecnologia oggi,
fornisca strumenti che sembrano far parte, quali
oggetti transazionali, tra le terre di confine
dell’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta.
Personal computer, play station, iPod, telefonini,
si rivelano particolarmente adatti a questa esigenza
in quanto simboli del mondo adulto che
l’adolescente, di volta in volta usa come giocattoli
per divertirsi o come oggetti da esibire per
mostrare l’appartenenza al nuovo status.
A questa età, se non è avvenuto
prima, il gioco viene sostituito dallo sport. Anche
se hanno molto in comune, sport e gioco non sono la
stessa cosa e partecipare ad un’attività organizzata
da un adulto è diverso dal giocare tra ragazzi
all’aperto o in casa. Poiché possa verificarsi
quanto detto fin qui, lo sport non basta, è
necessario che almeno durante l’infanzia, il gioco
sia stato libero e spontaneo, in modo da permettere
la partecipazione attiva dei ragazzi e l’espressione
delle loro capacità reali.
Proprio come tutte le altre
funzioni biologiche di base il gioco non smette di
essere importante nella vita adulta, al contrario
esso si tramuta in un atteggiamento creativo verso
tutta la realtà. Se mangiare e dormire permettono la
sopravvivenza, è solo il gioco con la creatività che
lo connota a dare senso alla vita e a spingerla
ancora e ancora verso il futuro. La presenza della
capacità di giocare assicura non solo che siamo vivi
ma anche che stiamo bene. Il confine tra salute e
patologia psichica, anche durante la vita adulta
passa dunque attraverso il gioco.
Del resto citando ancora una
volta Winnicot: il poeta che scrive, l’artista che
dipinge, l’adulto che pensa, l’adolescente che si
innamora e il bambino che gioca abitano lo stesso
luogo.
. . .
E' grave dottore ?
di Raffaela Iale
Capita spesso di sentir parlare
dell’adolescenza come di una malattia, di
considerarla una fase ‘difficile’, che però passa.
Ed in effetti quel paradosso vivente che è
l’adolescente, può legittimamente far supporre che
ci si trovi di fronte ad una rompicapo complicato da
affrontare e risolvere. In realtà, l’adolescenza è
una ‘condizione adolescenziale’, limitata
convenzionalmente all’età dei ‘teen’ (dai 13 ai 19
anni), che segna il transito, faticoso e non
indolore, all’età adulta. Il corpo cambia
prepotentemente, la mente è fervida ed ingannevole,
il cuore batte a velocità doppia, tanto che tutte le
emozioni sono vissute all’eccesso. Non è facile
acquisire l’agognata autonomia, quando dentro si
desidera solo tornare bambini e farsi coccolare e
proteggere da mamma e papà. L’adolescente non si
riconosce, perchè sa bene ciò che è stato fino a
quel momento, ma non sa cosa sta per diventare e,
soprattutto se ce la farà a diventarlo. D’altro
canto, anche i genitori stentano a riconoscere il
proprio figlio in quel giovane adulto che gira per
casa.
Come fare, allora, quando la
continua altalena di sentimenti porta in casa la
nostra vulnerabilità del cielo d’Irlanda?
Certamente, non bisogna drammatizzare e
‘medicalizzare’ quello che Anna Freud (figlia del
più noto Sigmund) ha definito un ‘disturbo normale
dell’età evolutiva’. Nella giusta prospettiva del
processo di crescita, educare un adolescente vuol
dire contenere i suoi eccessi, ‘prestargli la mente’
per consentirgli di elaborare pensieri,
preoccupazioni, insoddisfazioni e dare concretezza
alle progettualità, che va tessendo, come fili di
ragnatela, con il segreto scopo di diventare padrone
del proprio futuro. Il dialogo, dunque, è la
migliore arma del genitore, che potrà anche farsi
aiutare quando comprenda di non avere risorse
sufficienti allo scopo. In fondo l’attuale società
richiede una certa specializzazione per il mestiere
di genitore.
E il compito sarà tanto più
facile più avremo costruito negli anni un saldo
rapporto di fiducia con i nostri figli.
. . .
Lo stress tra di noi
di Mariella Bracalente
I genitori non hanno
vita facile.
Afflitti da un’incessante corsa
contro il tempo, sono pieni di cose da fare e devono
programmarsi per ogni mansione.
Tuttavia gli imprevisti
capitano e lo stress sale.
E il ‘contrattempo’ diventa un
elemento di disturbo.
Nel marasma della sua attività
perpetua, l’adulto vive tutto come un problema.
Così, nel suo dover agire, produrre e risolvere
rischia di includere tutto: pratiche di lavoro,
rapporti con i colleghi, spesa, pranzo, bollette e …
figli. Anche i figli sono prima o poi inclusi nella
lista delle cose da risolvere. Devono saper essere
competitivi, produttivi e autonomi; devono essere
vincenti e non creare stress. Se vanno male a
scuola, non c’è tempo di capire perché: scattano
punizioni, costose ripetizioni private, liti con
l’insegnante che non comprendono fino in fondo.
Ora mi domando in che modo un
figlio può sentirsi amato se viene percepito come
problema perché non corrispondente alle aspettative
dei grandi? E i grandi nella loro corsa, come
possono assaporare l’impegno educativo se vedono
solo problemi e non persone? Condizioni di stress
e non occasioni di crescita? Contrattempi negativi e
non possibili vie di cambiamento? …
… e se invece di combattere gli
imprevisti, ce ne lasciassimo stupire?
. . .
Vita da bulli
di Barbara Esperide
I primi studi sul bullismo risalgono agli anni ’70
ad opera di Olweus, studioso di origine norvegese,
il quale con il termine bullismo indica “uno
studente che è oggetto di prevaricazioni, esposto
ripetutamente, nel corso del tempo, alle azioni
offensive messe in atto da uno o più compagni”. La
letteratura internazionale definisce il bullismo dal
termine inglese bullying dal verbo to
bully che significa fare il prepotente,
comandare.
Le caratteristiche peculiari
del bullismo che lo distinguono da altri
comportamenti aggressivi sono:
·
l’intenzionalità,
il bullo mette in atto l’azione offensiva fisica o
verbale con l’intenzione di arrecare danno ad un
altro;
·
la
persistenza, l’interazione bullo-vittima si
caratterizza per la ripetitività dell’azione che si
protrae a lungo nel tempo;
·
la asimmetria,
la relazione bullo-vittima è fondata sullo
squilibrio e disuguaglianza di forze, c’è chi domina
e chi subisce e quest’ultima difficilmente riesce a
difendersi da sola.
Si possono individuare due
forma di bullismo: DIRETTA ed INDIRETTA, la forma
diretta può essere FISICA, si manifesta in attacchi
aperti nei confronti della vittima, con, pugni,
calci, aggressioni e VERBALE comprendente offese,
parolacce, minacce, scherni e derisioni. La forma
indiretta prevede una più “sottile” modalità
psicologica d’azione che si esplica nell’esclusione
della vittima dal gruppo dei pari e nella diffusione
di notizie false.
Gli episodi di bullismo trovano
nella scuola l’ambiente privilegiato per la messa in
opera degli atti di prevaricazione: nei corridoi,
nelle palestre, nell’intervallo o a mensa, ma sono
anche frequenti negli autobus e nei quartieri delle
città.
I bambini o ragazzi che
subiscono prepotenze possono mettere in atto dei
comportamenti espressione del disagio psicologico
che stanno vivendo, possono rifiutarsi di andare a
scuola, di raccontare ai genitori cosa sia avvenuto
a scuola, inventare malesseri e, nei casi più gravi,
possono anche incorrere in veri e propri disturbi
d’ansia e del sonno.
Di fronte al bullismo, gli
interventi già realizzati in molte scuole
testimoniano la necessità e l’urgenza di programmare
specifiche azioni finalizzate all’intervento e,
soprattutto, alla prevenzione del bullismo. Tali
iniziative richiedono una collaborazione di tutte
le agenzie di socializzazione, a partire dalla
famiglia e dalla scuola. Iniziare a creare un
ambiente sensibile ed attento a tutto quello che
avviene tra i ragazzi è uno degli obiettivi
principali e nello stesso tempo un punto di
partenza necessario per affrontare il bullismo.
. . .
Educare i grandi
di Maria Luisa Leombruni
Da quando il bullismo ha fatto ingresso nella
scuola, ci si è dati da fare per mettere a punto
didattiche specifiche, interventi individualizzati,
riflessioni, convegni con esperti. Tra la molta
bibliografia fiorita negli ultimi anni c’è solo
l’imbarazzo della scelta. Nella scuola si può
intervenire sia a livello di programmazione e di
politica scolastica, sia a livello di contenuti
educativi trasmessi nel corso delle lezioni
(didattica curriculare, potenziamento delle abilità
sociali, educazione tra pari…).
Eppure il fenomeno sembra
proliferare nonostante i tentativi messi in atto per
arginarlo.
Ci siamo concentrati sul COME
FARE, sui METODI e sulle TECNICHE tralasciando il
senso del fenomeno. Alla domanda primaria “come
arginare? cosa fare?”, andrebbe sostituita la
questione fondamentale “Che cosa significa, che cosa
ci comunica?”.
E’ naturale chiedersi se sia un
fenomeno di tipo sociale, un segno dei nostri tempi
così complessi e burrascosi. Segno di un aumento
esponenziale di aggressività a livello sociale? Di
una società adulta che ha perso il senso del vivere
e non può quindi trasmetterlo ai suoi figli se non
causando accumulo di ansia e insoddisfazione
proiettati altrove?
Alcuni studiosi ipotizzano che
i ragazzi oggi siano più maleducati; ma è solo
maleducazione o si tratta di rifiuto, di opposizione
a forme di addomesticamento sociale? Chi vive
accanto ai ragazzi di oggi sa quanto sia reale e
drammatico il silenzio che accompagna talvolta la
loro vita: vivono il presente senza passione. Del
resto l’odierna scena sociale e culturale è un
deserto dei cuori nei confronti del quale
i giovani rispondono sempre più con apatia e
indifferenza finendo non di rado per perdersi. Quale
futuro si apre di fronte a loro?
Se il bullismo comunica un male
di vivere, un non-senso della vita, che dai padri
passa silenziosamente ai figli, non bastano
didattiche raffinate a scuola.
E se ci fermassimo un attimo
per tornare alle domande fondamentali dell’uomo: Chi
sono? Che senso ha la mia vita? Sono felice di
vivere in questo modo? In quale ingranaggio
patologico sono finito?
Siamo ancora in tempo o è
troppo tardi? Di certo abbiamo già perso diversi
treni, ma forse l’ultimo deve ancora partire.
E’ urgente una inversione di
marcia; non più (o non solo) l’adolescenza al centro
degli interessi, ma la sensibilizzazione dell’intera
comunità di adulti che inconsciamente (ma talvolta
purtroppo coscientemente), sostengono, mantengono,
permettono il perdurare di alcune situazioni.
Appare sempre più urgente la
presa di coscienza della corresponsabilità
e della ricerca, da parte degli adulti, di un
insieme di valori indispensabili per l’educazione
dei minori e di modi appropriati per trasmetterli.
La via migliore per ridurre il malessere giovanile è
quella della RIEDUCAZIONE degli ADULTI non solo per
renderli preparati a dialogare con le nuove
generazioni, ma anche a saper valutare i nuovi
contesti culturali, politici ed economici entro cui
i ragazzi e le ragazze crescono.
I nostri allievi, istruiti e
competenti nel campo scientifico-tecnologico, hanno
una sorta di ignoranza interiore e spirituale.
Una società come la nostra non
respira più. L’allievo non respira più. Dobbiamo
attivare percorsi nuovi per tornare a respirare.
Gli orizzonti si sono
rimpiccioliti. Nella società del denaro siamo
prigionieri, spesso inconsciamente, in centri di
accoglienza temporanei, in gabbie di sofferenza come
quelle riservate agli immigrati. Nessuno riuscirà a
convincerci che questi centri di imbrigliamento nel
presente siano quanto di meglio e progredito si
possa pensare. C’è bisogno di qualcuno che ricominci
ad alzarsi per denunziare l’imbroglio e spinga per
l’inizio di un nuovo esodo mosso dalla
speranza e dalla voglia di affrettare il futuro
nostro e di Dio.
Non possiamo più aspettare.
L’ultimo treno sta per partire …
. . .
Genitori e figli: che cosa prevede la legge
sull'affidamento condiviso
di Stefano Maggini
Finalmente dopo alcuni anni di
travagliato iter parlamentare, è stata approvata la
Legge sull’affidamento condiviso dei figli nei casi
di separazione dei genitori. Entrata in vigore lo
scorso 16 marzo, questa Legge, pur con le sue
limitazioni, è tra le più importanti dalla riforma
del diritto di famiglia del ‘75. Essa impone una
vera e propria rivoluzione culturale e rappresenta
un primo grande passo verso il cambiamento della
mentalità radicata da anni, secondo cui i figli, in
caso di separazione dei genitori, venivano quasi
sempre automaticamente affidati alla madre, mentre
al padre, preposto al pagamento dell’assegno, veniva
precluso ogni diritto/dovere di educare i figli, di
stargli vicino, di “essere genitore”…
Ora, invece la nuova legge, che
ci riporta in linea con la normativa europea,
stabilisce che la regola da seguire, è l’affidamento
condiviso. Cioè, in mancanza di accordo sul punto
dei genitori, il giudice deve valutare
prioritariamente la possibilità che i figli restino
affidati ad entrambi i genitori, e potrà pensare ad
un affidamento esclusivo ad uno di essi soltanto se
avrà ritenuto impossibile porre in essere quello
condiviso, e in ogni caso quando l’affidamento
all’altro venga valutato come contrario
all’interesse del minore. Questo fondamentale
principio che non è altro che la condivisione delle
responsabilità dei compiti genitoriali e delle
funzioni educative, si accompagna ad un altro
importante principio introdotto dalla nuova legge
che è quello che la potestà continua ad essere
esercitata da entrambi i genitori anche nel caso si
dovesse optare per l’affidamento esclusivo ad uno di
essi. Ciò significa che ciascun genitore,
pienamente, ma non congiuntamente, senza invadere la
sfera dell’altro genitore, ha la possibilità di
assumere le decisioni che ritiene più giuste per il
figlio, in maniera autonoma sia pure condizionato
dalla necessaria condivisione educativa. E
nell’eventualità di disaccordo tra i genitori?
Nessun problema, apparentemente; il legislatore ha
previsto che il giudice possa disporre,
relativamente all’ordinaria amministrazione,
l’esercizio separato della potestà. Appare chiaro,
da quanto sopra detto, che l’intento di codesta
legge, è quello di porre finalmente, i genitori su
un piano di eguaglianza fra di loro, con pari
diritti e doveri (parigenitorialità),
nell’educazione dei figli, dei quali ultimi,
comunque, devono essere sempre riconosciuti i
primari diritti.
Principio, quello della
bigenitorialità, che rappresenta un traguardo
importante ma che sostanzialmente non è in assoluto
una novità; la riforma non fa altro che riaffermare
un principio, fino ad oggi disatteso, della
Convenzione di New York ratificata dall’Italia
nell’89, che prevede il diritto del minore ad avere
entrambe le figure genitoriali.
Dunque questa Legge, che
comunque si dovrà cercare di perfezionare, con le
novità che ha introdotto rappresenta una vera
rivoluzione epocale; l’auspicio è che non resti solo
sulla carta, e che le norme vengano rispettate si,
dai genitori ma anche dai giudici e che da parte di
tutti, avvocati compresi, si faccia tutto il
possibile affinché cambi la mentalità corrente se
non si vuole correre il rischio che tutto resti come
prima.
. . .
SmS per genitori
a cura dell'equipe di Mondogiovani
·
Quando mi chiudo in
camera non agitarti: non voglio escluderti, desidero
stare semplicemente solo.
·
Quando ritorno da scuola
se mi chiedi soltanto quanto ho preso nel compito in
classe, ho l’impressione che tu ti preoccupi più per
i miei voti che per quello che sento.
·
Quando il mio look
ti indispone, non lo prendere come un modo per
disprezzare te: è semplicemente il mio bisogno di
sentirmi come i miei coetanei.
·
Quando ho un problema,
concedimi il tempo di trovare le soluzioni.
·
Quando mi vedi piangere
non chiedermi perché, stammi solo vicino.
·
Quando tu mi dici ‘no’,
desidererei che mi dicessi anche il ‘perché’.
·
Quando ti fermi ad
ascoltarmi, io mi sento importante.
·
Quando mi dai la
possibilità di confrontare le mie opinioni con le
tue, mi sento importante.
·
Quando tu accetti i miei
amici, sento che tu hai fiducia in me.
·
Quando tu sei contento
per le cose di cui sono contento io, avverto che i
miei sentimenti hanno valore.
. . .
Oratori
e centri giovanili, l'altra casa dei ragazzi
di
Daniela Marozzini e Maria
Vittoria Giustozzi
Mi piace
definire l’oratorio come una “casa” che
accoglie tutti, dai bambini agli anziani, da
cattolici ai fedeli di altre religioni, dal povero
al ricco.
I
padroni di casa sono i sacerdoti, che aiutati da
laici collaboratori, con impegno e dedizione, si
occupano di tutti quei giovani ospiti che entrano
nella casa. Grazie ad attività teatrali, ludiche,
dibattiti e conferenze su tematiche attuali e
quotidiane che riscuotono l’interesse dei giovani,
si cerca di conoscere e capire il ragazzo con i suoi
problemi, paure, ma anche con i suoi progetti,
sogni, aspettative e lo si aiuta nella sua crescita
personale, ma anche spirituale. Molto importante è
cercare di responsabilizzare i più grandi nei
confronti dei più piccoli. Il fine ultimo
dell’oratorio è di formare giovani che si
impegnino a guidare bambini e ragazzi, così come
essi erano stati guidati a loro volta. I giovani
sono chiamati a portare la loro esperienza, i
valori, l’amicizia e l’amore che hanno ricevuto
a scuola, in famiglia, con gli amici al di fuori dei
rassicuranti confini oratoriani.
Accanto
agli Oratori, costituiscono un altro luogo di
aggregazione per giovani anche i Centri di
Aggregazione Giovanile. Disseminati in tutto il
nostro territorio, costituiscono un’attrattiva
molto importante per i ragazzi che, in uno spazio
attrezzato per il gioco, trovano relazioni
importanti ed educative. Le porte sempre aperte,
nessun vincolo se non le più semplici ed essenziali
regole della convivenza e del rispetto, i giochi, le
attività che stimolano ed esprimono la creatività
dei più giovani, il legame con il territorio e,
soprattutto, le relazioni sono tra le principali
caratteristiche che identificano i Cag. Alternativa
alla strada, spesso i Cag diventano il luogo fisico
ed umano in cui si esprime uno “spazio educativo a
bassa soglia” che fa dell’accoglienza pura e
scevra da ogni pregiudizio la sua principale
progettualità. Tale accoglienza si manifesta
principalmente nelle relazioni tra ragazzi e tra
ragazzi ed operatori. E proprio tali relazioni
costituiscono la principale risorsa dei Cag che
hanno a cuore la crescita dei giovani, il loro
inserimento maturo nella società dei grandi, la
prevenzione del disagio, l’ascolto attento delle
richieste di aiuto che, seppur implicite, spesso
gridano la fatica di crescere che i ragazzi vivono.
. . .
Una
vita giorno per giorno, senza farsi troppe domande
di
Giovanni Blandino
Domenica
pomeriggio. Un bar. Siamo cinque ragazzi.
Altrettante birre. L’atmosfera giusta per
discutere della settimana appena trascorsa,
conclusasi in bellezza la sera prima. Ma il discorso
si allarga e con leggerezza (superficialità?), fra
una battuta e l’altra, trattiamo i temi più seri.
Spunta,
come al solito, la fatidica domanda “Cosa farai
all’università?”. E si dà il via alla danza
sfrenata delle speranze. Uno ad uno tiriamo fuori
progetti che starebbero meglio su una nuvola che
sulla terra, sogni di successo, di ricchezza,
d’amore. Ma, dal miscuglio contraddittorio, viene
fuori una cosa, vera: tanta voglia di libertà.
“Ma che libertà?” Potrebbe chiedersi qualcuno,
visto che in molti (a torto o a ragione) sostengono
che ne abbiamo fin troppa. “Libertà di farci una
vita come la sogniamo” rispondiamo noi. E non
importa se, molto raramente, ci sfiora la
consapevolezza che ciò sarà difficile, se non
impossibile: serve giusto a rendere il sogno non
troppo scontato.
Un
attimo e siamo già passati ad altro: noi e la
società.
Che
non ci piaccia la società così com’è, questa è
sempre stata una nostra prerogativa. Ma, nei primi
anni della nostra adolescenza, abbiamo tanto lottato
per entrare in questo mondo; siamo stati in crisi
mentre il nostro pensiero diventava niente,
sballottato fra quello che dicevano i nostri
genitori e quello che volevano gli altri. Dopo tutta
questa fatica ci guardiamo fra di noi e capiamo che
forse abbiamo perso la forza di cambiarla. Sappiamo
che prima o poi saremo costretti ad adeguarci alle
regole del gioco, e tanto più ne siamo consapevoli,
tanto più tutto ciò ci fa paura.
Ma
questi pensieri sono troppo profondi per una
domenica pomeriggio, allora un sorso di birra, una
battuta dell’amico, e li ricacciamo indietro. E,
fra la voglia di libertà assoluta e l’incubo di
una vita prestabilita, meglio pensare al prossimo
concerto, al gruppo di amici che si ha, al vivere la
vita giorno per giorno, senza farsi troppe domande.
Ci farebbero troppa paura.
. . .
Cosa
vogliamo e come siamo davvero
di Giulia Marziali
Sempre più spesso, si parla di adolescenti soltanto
in rapporto ai preoccupanti dati che riguardano
l’uso o l’abuso di alcol e sigarette. Li si
identifica soltanto con la vita bassa, i vestiti
firmati e il cellulare con la fotocamera. Pecoroni
senza personalità disposti a seguire sempre e solo
il branco.
Non
è giusto.
Gli
adolescenti non sono soltanto questo. Da un lato
esistono certamente gli eccessi, ma dietro la
facciata “sfacciata”, si nasconde una
maggioranza di ragazzi che si interessa di politica,
di cinema, di musica (musica vera, non soltanto il
“tunz tunz” del sabato sera in discoteca), dei
problemi sociali; ci sono quelli che scelgono il
volontariato non soltanto per acquisire crediti
formativi (almeno così si spera) ma anche per dare
un aiuto concreto.
Ragazzi
che si tengono informati, si interessano a ciò che
succede intorno a loro e che costruiscono il loro
futuro, impegnandosi negli studi. I loro sogni? Non
soltanto di fare la velina o il calciatore, di avere
il villone o lo yatch a Porto Cervo.
Molte
ragazze, pur pensando ad un futuro in cui lavorare
per avere una loro personale indipendenza,
vorrebbero non rinunciare alla famiglia e ai figli,
che sono rimasti valori importanti, nonostante i Pacs
e tutto il resto.
E
un numero sempre crescente di ragazzi sogna di fare
il giudice o il magistrato per una voglia di legalità
e di giustizia che forse non vedono nelle
istituzioni di oggi.
Sognano
di fare i giornalisti, per raccontare in modo
obiettivo la verità, che non esiste più, sabotata
dalla politica e dall’interesse personale.
Sognano
di fare anche i politici, per cercare di portare un
po’ di “freschezza” ad un mondo politico
sempre più corrotto.
Dopotutto,
si sogna ancora di cambiare il mondo…
. . .
Se
vai male a scuola, arrangiati
di
Samuela Pallottini
Vi
siete mai chiesti quanto si interessano i genitori
del percorso scolastico dei loro figli? Per chi
questa domanda non se l’è mai posta, la risposta
potrebbe forse risultare scontata, infatti si pensa
che ogni genitore abbia a cuore la crescita
culturale di un figlio. Eppure non sempre è così
anzi, più i figli crescono e più il rapporto
scuola-famiglia entra in crisi. Questo almeno è ciò
che accade se si analizza la situazione in un
contesto ampio e generalizzato, senza escludere
quindi che genitori coscienziosi ed interessati alla
cultura dei propri figli ci siano! Ma questi
genitori incominciano ad essere una vera e propria
rarità, soprattutto se hanno figli che frequentano
il triennio delle scuole superiori. Forse strada
facendo diventano talmente nauseati dalla
svogliatezza dei figli che finiscono per
disinteressarsene, oppure danno a questi ragazzi una
fiducia illimitata, per cui li reputano capaci di
auto-gestirsi nel rapporto con la scuola? Una
risposta chiara e precisa non c’è, ma ci sono
molte altre certezze. Certezza è il fatto che i
genitori di figli che frequentano la scuola
dell’infanzia o il primo ciclo (le nostre mitiche
elementari, che sebbene abbiano un nome diverso
tuttavia la sostanza resta la stessa!), vivono con
estrema ansia ogni evento scolastico, partecipano
alle riunioni con più interesse, ordinano i libri
con maggiore tempismo, e tentano di instaurare un
rapporto con gli insegnanti. Certezza è poi il
fatto che alle scuole medie inferiori questo
interesse è già meno visibile, si incominciano a
saltare le riunione, si manifesta malessere verso
gli insegnanti che esortano ad un maggior
coinvolgimento. Certezza è infine che la scuola
superiore vede una “dispersione dei genitori”
davvero notevole, soprattutto dopo il biennio. Ed è
paradossale, ma ciò capita anche nelle scuole non
statali, dove il genitore per assicurare al figlio
un’istruzione paga profumatamente. Una domanda
quindi risulta quasi scontata: questi genitori
d’oggi, intenti a comprare ai figli cellulari
ultra piatti e ultramoderni, capiscono fino in fondo
l’importanza della scuola, dell’apprendere in sé
e per sé, al di là di ciò che ognuno diventerà o
farà “da grande”? Ma soprattutto si rendono
conto del fatto che l’insegnante, non ancora
attrezzato per i miracoli, non può fare tutto da
solo, e che la scuola deve diventare un punto
d’incontro e non di scontro tra genitori e
docenti? Capire questo significherebbe istruire ed
educare con coscienza, al di là di ogni possibile
ed improbabile riforma scolastica!
. . .
Cerchiamo
di prevenire i problemi
di
Claudia Colletta
Il
disagio giovanile, a Fermo e circondario,
attualmente non sembra assumere forme pericolose:
negli ultimi cinque anni la situazione è rimasta
stabile, i casi trattati dai Servizi sociali del
comune di Fermo, circa ottantacinque di cui una
trentina seguiti direttamente a casa, non sono né
aumentati, né diminuiti. Maria Antonietta Di
Felice, assessore ai Servizi sociali, afferma: “Il
comune promuove ogni anno un’intensa attività di
prevenzione del disagio giovanile, tramite diverse
strutture presenti sul territorio, come le ludoteche
– che coprono l’età delle elementari e medie -,
o i Cag – Centri aggregazione per bambini e
adolescenti dai 5 ai 17 anni-, o ancora attraverso
collaborazioni con cooperative, Serd, consultorio o
varie associazioni, solitamente di volontariato,
come “Farsi Prossimo”, che gestisce l’Informagiovani.
Importante è la collaborazione con la Asl, in
particolare con il Tim territoriale di prevenzione,
tramite il quale è possibile effettuare dei test
nei maggiori centri di aggregazione sociale
giovanile, come le scuole, le palestre, o prima dei
concerti. I questionari si rivelano poi strumenti
essenziali nella prevenzione all’abuso di alcool,
droga, gioco e per la sensibilizzazione ad un
corretto uso alimentare”. Solitamente i ragazzi
rispondono bene all’attività preventiva,
lasciandosi coinvolgere. Ma come intervengono i
servizi sociali nei casi di evidente disagio
giovanile? “Naturalmente ci sono vari modi”,
continua la Di Felice, “elargendo, ad esempio,
contributi economici contro l’abbandono
scolastico, oppure intervenendo direttamente con un
servizio di assistenza scolastica o domiciliare”.
I casi di cui si occupano i servizi sociali sono
articolati, coprono varie aree, come il penale, il
civile e l’amministrativo. Quelli che attualmente
hanno maggiore incidenza sul territorio riguardano i
problemi di immigrazione: “alcuni adolescenti
stranieri
sono collegati a casi penali, si tratta, in
genere di giovani compresi tra i 15 e i 17 anni con
problemi di tossicodipendenze. In altre situazioni,
invece, necessitano solo di assistenza linguistica,
anche domiciliare, ma nella maggioranza dei casi
dimostrano di essere ben integrati nel territorio,
soprattutto i giovani di seconda generazione”,
conclude l’assessore.
. . .
I
giovani ti sorprendono sempre
di
Simona Mengascini
I
ragazzi che provocano, sfidano e cercano di far
reagire l’adulto/nemico che hanno di fronte sono
all’ordine del giorno all’Istituto professionale
di Stato per l’Industria e artigianato “F.
Corridoni” un crocevia di situazioni giovanili di
tutti i generi. Basti pensare che in questa scuola
superiore, solo nella sua sede di Corridonia (ce ne
sono altre due a Civitanova e Macerata), su una
popolazione scolastica di 440 studenti ci sono 74
stranieri e 22 disabili: e in una stessa classe
possono capitare 3 disabili e quattro ragazzi non
italiani o in un’altra nove stranieri di quattro
nazionalità diverse; per non parlare del fatto che
gli studenti italiani provengono da tutti i paesi
circostanti, 42 per la precisione, distribuiti tra
le province di Macerata, Ascoli e Fermo. Ragazzi
diversi per carattere e ragazzi diversi per
provenienza o condizione: l’integrazione è il
comandamento primo di tutta l’attività didattica
a cominciare da quella tra gli studenti e la scuola
in quanto tale. Raccontano il dirigente scolastico
Raffaele Ciarapica e il professor Flavio Donati che
certe prime sono terribili, al limite dell’ingestibilità.
“Nei licei dici ai ragazzi di studiare e loro
studiano. Noi glielo diciamo venti volte al giorno e
non ci danno retta. Quando arrivano molti dei nostri
studenti sono demotivati, nelle scuole che hanno
frequentato in precedenza sono stati trattati come
poco intelligenti, si sono sentiti umiliati e
sconfitti. Non capiscono il valore della cultura e
non gli interessa più di tanto. Si tratta dunque di
ridare loro dignità, di farli sentire capaci di
imparare e di insegnargli le regole
dell’educazione e della convivenza. Se si sentono
rispettati, rispettano, e quando escono dalla scuola
sono persone diverse, ponte per entrare nel mondo
del lavoro e affidabili, ne abbiamo avuto spesso dei
riscontri. Ma al loro ingresso è dura, bisogna
saper aspettare resistere alle provocazioni”.
Gli
stranieri dentro le classi tutto sommato si trovano
bene e se ci scappa la battuta razzista non è quasi
mai cattiva e i progetti di conoscenza delle
reciproche culture e di attività (spesso sportive)
da svolgere insieme si susseguono. Il problema più
grave per questi studenti è la lingua o la
scolarizzazione avuta nei paesi di origine ma
alcuni, i pakistani, per esempio, si rivelano alunni
brillanti, soprattutto in matematica. Studiano
insieme, giocano insieme, ma poi si frequentano? Su
questo la scuola non può fare molto e se, come nel
caso di territorio di Corridonia, ci sono delle
forti comunità sul territorio, si rimane nel
proprio gruppo etnico.
E
quei ragazzi particolari che sono i disabili cercano
a loro volta di integrarsi: fanno un percorso uguale
agli altri o specifico a seconda delle loro
condizioni. A volte si trovano così bene nelle
classi che non vogliono andarsene dalla scuola:
altri invece riescono a imparare un lavoro e si
inseriscono in azienda. Il Professionale che oltre
agli indirizzi meccanico, elettronico ed elettrico
ha anche il settore servizi sociali che ha aperto la
scuola alle ragazze dandole un po’ più di
“respiro”, trova in quest’ultimo indirizzo la
possibilità di stage formativi presso cooperative
più adatti ad alcuni degli studenti disabili.
Quella
tra scuola e lavoro è infine la forma di
integrazione più importante di cui fanno esperienza
i ragazzi. Gli stage obbligatori di tre settimane
che si svolgono nell’ultimo anno di corso nelle
aziende del territorio oltre a dare le competenze
sono la garanzia di un lavoro per la maggior parte
dei diplomati. “C’è bisogno anche di ragazzi
pronti a sporcarsi le mani – dice più volta
Ciarapica -. Facciamo una gran fatica, a volte, a
non mandar via i ragazzi, a dargli il tempo di
mostrarci veramente se stessi, ma poi li scopriamo
autentici e con un’umanità sorprendente. Io non
sono pessimista sui ragazzi, italiani, stranieri o
disabili, hanno sempre delle capacità da tirare
fuori”.
. . .
La
mediazione familiare: che cosa è?
di
Raffaela Iale
Non è infrequente, dunque, che una coppia di sposi
si trovi a dover fare i conti con le proprie e
personali fragilità emotive, errori e
contraddizioni. Quando si è perso di vista il
progetto di vita comune, non è difficile che i
coniugi si scoraggino di fronte ad una matassa di
sentimenti non tutti positivi e perda il desiderio
di continuare a tentare. Giunti alla decisione di
separarsi, però, ecco affacciarsi tutta una schiera
di problemi inattesi: la nuova vita in case
separate, nuovi costi da sostenere e come
organizzarsi per i figli? Il fallimento del sogno di
una vita insieme genera sensi di colpa, dai quali si
guarisce solo con il più difficile dei perdoni:
quello a sé stessi. La rabbia verso il coniuge, che
ha dato causa alla separazione, si mescola con
l’angoscia di non sapere davvero come affrontare
tante incognite, e si rafforza fino al limite in cui
ogni cosa è motivo di aspri diverbi o insanabili
contrapposizioni. In questo clima, prendere
decisioni importanti, che coinvolgono l’immediato
futuro di tutti i membri della famiglia, è davvero
impossibile.
La
Mediazione familiare è un percorso di pace
finalizzato alla risoluzione dei conflitti
familiari, che si pone su un piano alternativo, ma
integrativo, a quello legale. Il suo obiettivo è
ristabilire la comunicazione tra i coniugi e altri
componenti della famiglia al fine di riorganizzare
le relazioni genitoriali e materiali in vista e a
seguito della separazione e del divorzio, o in altre
occasioni di crisi familiari. E, soprattutto, perché
è un modo di imparare a comunicare superando la
logica della “vittoria” di una parte
sull’altra.
Si
rivolge a tutti coloro che sentono di non avere le
risorse per affrontare da soli un conflitto
familiare. Il mediatore è un terzo neutrale e
qualificato, che si adopera affinché i componenti
della famiglia riescano ad elaborare in prima
persona un accordo scritto con valore legale,
durevole e mutuamente accettabile, che tenga conto
dei bisogni di tute le parti coinvolte nel
conflitto, in uno spirito di corresponsabilità e
uguaglianza qui in diocesi
Per
esempio, presso il Consultorio Familiare “Famiglia
Nuova”, dove viene offerto gratuitamente un
servizio qualificato di mediazione familiare, per
aiutare i confliggenti a ricreare una relazione
soddisfacente, che permetta loro di gestire in
autonomia eventuali negoziazioni future.
. . .
|