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Convegno Adolescenti Sfida e Risorsa 19 Maggio 2006

Foto del Convegno tenutosi a Fermo il 19 maggio 2006 ed organizzato dal consultorio Famiglia Nuova per dibattere sulla problematica dell'adolescenza.
 





Articoli scritti dai nostri operatori, alcuni dei quali pubblicati sul settimanale La Voce delle Marche il 12 maggio 2006, inerenti la problematica adolescenziale odierna.


Alla guerra per la libertà
di Azzurra Sorbi

Per gli altri fino a un certo punto
di Benedetta Polini

L'affidamento temporaneo
di Benedetta Polini

Adulti sereni se cresciuti giocando
di Carla Bernardini

E' grave dottore ?
di Raffaela Iale

Lo stress tra di noi
di Mariella Bracalente

Vita da bulli
di Barbara Esperide

Educare i grandi
di Maria Luisa Leombruni

Genitori e figli: che cosa prevede la legge sull'affidamento condiviso
di Stefano Maggini

SmS per genitori
a cura dell'equipe di Mondogiovani

Oratori e centri giovanili, l'altra casa dei ragazzi
di Daniela Marozzini e Maria Vittoria Giustozzi

Una vita giorno per giorno, senza farsi troppe domande
di Giovanni Blandino

Cosa vogliamo e come siamo davvero
di Giulia Marziali

Se vai male a scuola, arrangiati
di Samuela Pallottini

Cerchiamo di prevenire i problemi
di Claudia Colletta

I giovani ti sorprendono sempre
di Simona Mengascini

La mediazione familiare: che cosa è?
di Raffaela Iale





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Alla guerra per la libertà

di Azzurra Sorbi

Forse, la parola ‘libertà’, al pari della parola ‘amore’, è una delle più abusate nel nostro linguaggio, ma per quanto lacerata e sovraccarica non possiamo rinunciarvi.

Nell’adolescenza la realtà della libertà è così viva che in suo nome si affrontano lunghe battaglie e si superano ostacoli, consuetudini, tradizioni consolidate per riuscire a rispondere all’interrogativo che anima la nostra vita: chi sono io? In tale ricerca l’adolescente vive in uno stato di tensione dettato dal riconoscersi appartenente, legato ad un contesto, ad un nucleo familiare, ma allo stesso tempo si percepisce come disidentificato da esso. Tale ambiente viene rifiutato perché interpretato come una limitazione alle proprie scelte. Questa dinamica fa parte strutturalmente della vita dell’adolescente, ma non per questo i genitori non possono testimoniare un modello alternativo di libertà, che non distrugga, ma costruisca, che non limiti, ma inveri l’individuazione personale dei loro figli.

Infatti una libertà vissuta solo come affrancamento da qualsiasi limite, quindi come assoluta, o come autodeterminazione del proprio arbitrio, è libertà autentica? Essa coincide solo ed esclusivamente con la possibilità di scegliere e di decidere quante più opzioni possibili? O si può dare una terza via che non sia solo ‘libertà da’ o ‘libertà di’, ma bensì ‘libertà per’ e ‘con’? Una libertà cioè che vive e cresce inverandosi con la vocazione della persona, con la sua ricerca ed aspirazione alla felicità. La libertà è tale quando è orientata dal e al bene. Un bene che si esplica nella ricerca della verità e nell’incontro con l’Altro, in quanto l’uomo è originariamente relazione e diventa libero riconoscendo l’altro, accogliendolo nell’amicizia e nell’amore. La libertà quindi, da possibilità di scegliere tutto ciò che mi detta la mia volontà senza vincoli, diventa anche responsabilità per l’altro, risposta al mistero insondabile del suo essere che sfugge ‘miracolosamente’ al mio dominio, ma che allo stesso tempo mi costituisce.

Per superare le possibili angosce esistenziali che vivono gli adolescenti come il senso di precarietà della propria identità non ancora realizzata, l’inadeguatezza di fronte alla vita, l’isolamento interiore e comunicativo, i genitori degli adolescenti, ma anche coloro che li accolgono dovrebbero proporre una vicinanza credibile e liberante che diventi per i giovani un riferimento vissuto, una possibilità reale per potere esistere conoscendosi e divenendo se stessi.
 

 

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Per gli altri fino a un certo punto
di Benedetta Polini

Nel 2002  il Centro Servizi per il Volontariato (CSV) della regione Marche ha realizzato una ricerca dal titolo “Giovani e volontariato nelle Marche”. L’indagine è pervenuta ad alcuni interessanti risultati dai quali è possibile partire per sviluppare una breve riflessione sul tema della partecipazione giovanile.

Sinteticamente la ricerca ha mostrato:

-         la larga diffusione tra i giovani marchigiani, in linea con i dati nazionali, della partecipazione ad associazioni o gruppi di varia natura (volontariato, associazionismo, movimenti, ecc.);

-         l’esistenza di una fascia di giovani potenzialmente interessati a partecipare, ma spesso non sufficientemente stimolati, su cui poter intervenire tramite forme di sensibilizzazione e di informazione sul mondo dell’associazionismo e del volontariato.

Rispetto al primo risultato va notato che i giovani decidono autonomamente di essere parte di una data associazione e in ciò si impegnano, più o meno consapevolmente, a farne parte attivamente. Come emerso, la partecipazione dei giovani è orientata sia al coinvolgimento di tipo decisionale sia all’incorporazione nell’ambito della determinata associazione. Questo primo gruppo di giovani possiamo idealmente collocarlo in una sfera d’azione in cui essi manifestano e mettono anche in pratica, la volontà di testimoniare un certo stile di vita. Se questa fetta di giovani non sembra sollevare particolari questioni, ben diverse sono le sollecitazioni che provengono dal secondo gruppo, quello cioè dei giovani che, pur esprimendo il proprio desiderio di partecipare, rilevano le difficoltà collegate a tale possibilità.

Cosa limita la partecipazione degli adolescenti? Il sentimento di estraneità alla cosa pubblica, la difficoltà di espressione della propria soggettività, la crisi nella solidarietà sociale?

Nel primo caso dovremmo ritenere che i giovani siano sostanzialmente privi di interessi e/o incapaci di definire i propri bisogni, ma l’esperienza quotidiana smentisce tale ipotesi.

Dietro le motivazioni di tale deficit dobbiamo forse riconoscere la presenza di una voglia di partecipazione che non sempre trova i canali in cui identificarsi e potersi esprimere. Ma la difficoltà dei giovani a testimoniare la propria presenza e il proprio stile di vita è il segno di una crisi nella solidarietà sociale, di una frattura tra dimensione privata e pubblica. Crisi di solidarietà significa che il noi su cui si fonda un dato assetto sociale viene avvertito come problematico e la responsabilità di ciò non è più assunta collettivamente ma attribuita a chi controlla, decide, agisce. Al contrario, la presenza di spazi e luoghi di promozione della partecipazione dei giovani stimola la loro capacità di cooperare con gli altri: tramite la partecipazione i soggetti divengono più informati, attivi, responsabili, aperti alle istanze degli altri, equi e collaborativi.

Stimolare la partecipazione dei giovani, sia attraverso azioni di informazione sia favorendo l’esercizio di una cittadinanza attiva e responsabile, significa lavorare affinchè gli individui elaborino gli strumenti necessari a rapportarsi con le istituzioni  e utili alla costruzione di identità collegate alla vita sociale.
 

 

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L'affidamento temporaneo
di Benedetta Polini

 

L’affidamento temporaneo è uno strumento prezioso ed impegnativo di tutela dei diritti dei minori. La legge 184/83 “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori” (successivamente modificata dalla legge 149/2001), afferma il diritto dei minori ad essere educati nell’ambito della propria famiglia e introduce lo strumento dell’affidamento temporaneo. Tale legge stabilisce che, nei casi di temporanea inadeguatezza dell’ambiente familiare, per il minore possa essere disposto l’affidamento temporaneo; ossia, l'accoglienza del minore per un periodo di tempo determinato presso una famiglia, un single o una comunità di tipo familiare. L’allontanamento viene inteso come extrema ratio e comunque mai fine e se stesso, bensì collegato ad un’opera di sostegno alla famiglia naturale tramite le agenzie sociali. L’affidamento temporaneo è volto al reinserimento del minore nella propria famiglia.

Due dimensioni caratterizzano lo strumento dell’affidamento: la familiarità e l’accoglienza. L’affidamento nasce per rispondere alle istanze per la deistituzionalizzazione dei minori, sviluppatesi negli anni 70: alla dimensione istituzionale l’affidamento sostituisce quella della familiarità. L’importanza dell’elemento della familiarità offerto dall’affido è ben descritto dal rapporto 1997 sull’infanzia e l’adolescenza nel quale si afferma che la familiarità è una sostanza affettiva e relazionale “senza la quale non si cresce, non ci si sviluppa e non ci si forma un’identità”.

In secondo luogo, l’affidamento promuove una mutata concezione delle famiglie impegnate nell’accoglienza e nella solidarietà. A questo proposito l’associazione “Famiglia Sociale”, punto di riferimento per le famiglie affidatarie nel territorio, si pone come obiettivo quello di “diffondere una cultura dell’accoglienza; fare in modo che nella società si diffonda una modalità accogliente nel rapportarsi; e, nello specifico, l’associazione si occupa di affidamento”, come ci dice Marco Milozzi, presidente di Famiglia Sociale. Ma cosa significa essere accoglienti? “L’accoglienza ti costringe ad un’apertura mentale non solo verso il bambino ma all’interno stesso della coppia”. Occorre munirsi di strumenti per vivere l’accoglienza; l’affidamento è uno strumento concreto.  Attraverso di esso si vive la dimensione dell’essere famiglia aperta e disponibile all’accoglienza. Ciò comporta prendere consapevolezza del proprio essere genitori e famiglia affidataria. La relazione con il bambino impegna la famiglia affidataria a preparare il minore al rientro nella sua famiglia d’origine. Questo significa essere attenti a non trasmettere messaggi equivoci: anche quando si tratta di persone che hanno alle spalle vissuti di disagio e di sofferenza, si tratta di non ridicolizzare agli occhi del bambino i suoi genitori in quanto “il rispetto della storia è dovuto a tutti, anche al bambino di tre mesi”. Pertanto, conclude Milozzi, “noi genitori affidatari siamo una stampella: se uno zoppica ci si appoggia e poi, quando non serve più, la stampella si fa da parte per consentire al ragazzo di andare per conto proprio, con le proprie gambe”.
 

 

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Adulti sereni se cresciuti giocando
di Carla Bernardini

Nell’ormai classico libro di Donald W. Winnicot Gioco e realtà, l’autore inizia con una citazione di Tagore: “Sulla spiaggia di mondi senza fine i bambini giocano”.

Quali sono i mondi senza fine di cui parla il poeta? Forse quelli della fantasia? Gli scenari immaginati dai poeti, dai narratori nei loro racconti, dai musicisti nelle loro composizioni, dai cantastorie di ogni epoca? Io credo che il mondo senza fine cui accenna Tagore sia innanzitutto la vita, una vita in cui il bambino gioca.

Gioca sulla spiaggia della vita … I suoi primi giocattoli sono la bocca, le mani, la voce, il suo corpo, quello della madre e di chi lo circonda, e poi gli oggetti che incontra in un mondo che deve sembrargli infinito.

         Attraverso questa essenziale attività il bambino prima e l’adulto poi, impara a conoscere se stesso e la realtà esterna e a porre i necessari confini tra questa e sé.

Dal punto di vista fisico il bimbo, manipolando gli oggetti e più in generale muovendosi, favorisce la coordinazione e la maturazione scheletrica e  muscolare.

Da un punto di vista più strettamente psicologico, il gioco aiuta la concentrazione, favorisce l’elaborazione di soluzioni creative utili ad affrontare i problemi.

Il gioco fa sì in sostanza che l’azione sulla realtà sia concreta oltre che immaginata, perché il gioco comporta la definizione di spazi e tempi precisi e prevede, (sempre!) un “fare” tangibilmente qualcosa.

Inoltre, permette di sperimentarsi in ruoli diversi in contesti protetti. Nel gioco ognuno di noi può alternativamente “essere” il babbo, la mamma, Napoleone piuttosto che un animale della foresta. In questo modo impariamo a metterci nei panni degli altri, a scoprire capacità nascoste e, al contempo, a distinguere in maniera netta la realtà dalla fantasia, un processo che è alla base della salute psichica.

Lo psicoterapeuta familiare Carl A. Whitaker ha affermato: ”Il gioco ha un ruolo insostituibile nella vita umana. Permette il rilassamento dei vasi sanguini e dei muscoli e l’allentamento di quella continua tensione verso uno scopo che è la malattia più diffusa della nostra società”. Esso è una fonte inesauribile ed efficacissima di apprendimenti perché è sempre eccitante e, come è noto, tutto ciò che ci emoziona rimane indelebilmente stampato nella nostra mente.

E’ solo attraverso l’attività ludica che impariamo a stare da soli con noi stessi senza sentire l’angoscia di questa solitudine. Presi da qualcosa che ci interessa infatti, il tempo si riempie, di possibilità e di emozioni.

Infine, attraverso il gioco condiviso prendono forma le relazioni con gli altri. Impariamo ad organizzare un gruppo e afferriamo gli abbozzi di regole di convivenza civile fondamentali: le regole del gioco, il gioco della vita appunto.

Non è perciò sbagliato affermare come il gioco mantenga la sua fondamentale importanza anche nell’adolescenza in cui, apparentemente, ogni individuo sembra per la prima volta metterlo da parte.

Dopo la pubertà ragazzi e ragazze hanno la sensazione che si cominci davvero a fare sul serio. I giocattoli, che si tratti di bambole o macchinine piuttosto che di orsacchiotti, vengono rifiutata quali rappresentanti di un modo di essere in cui l’adolescente non vuole più riconoscersi. “Ormai sono grande … Sono forte …” dice l’adolescente. Effettivamente in questo periodo le emozioni e le istanze di cambiamento sono talmente forti che tutto viene vissuto in maniera serissima, come una questione di vita o di morte: ideali, amore, amicizia.

Ma il gioco è creatività e creatività è tutto ciò che può apportare una trasformazione in noi. Ecco allora che esso, così ostentatamente rigettato, fa comunque da sfondo al mare in tempesta dell’adolescenza, momento creativo di metamorfosi per eccellenza.

È interessante notare da un altro punto di vista come la tecnologia oggi, fornisca strumenti che sembrano far parte, quali oggetti transazionali, tra le terre di confine dell’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta. Personal computer, play station, iPod, telefonini, si rivelano particolarmente adatti a questa esigenza in quanto simboli del mondo adulto che l’adolescente, di volta in volta usa come giocattoli per divertirsi o come oggetti da esibire per mostrare l’appartenenza al nuovo status.

A questa età, se non è avvenuto prima, il gioco viene sostituito dallo sport. Anche se hanno molto in comune, sport e gioco non sono la stessa cosa e partecipare ad un’attività organizzata da un adulto è diverso dal giocare tra ragazzi all’aperto o in casa. Poiché possa verificarsi quanto detto fin qui, lo sport non basta, è necessario che almeno durante l’infanzia, il gioco sia stato libero e spontaneo, in modo da permettere la partecipazione attiva dei ragazzi e l’espressione delle loro capacità reali.

Proprio come tutte le altre funzioni biologiche di base il gioco non smette di essere importante nella vita adulta, al contrario esso si tramuta in un atteggiamento creativo verso tutta la realtà. Se mangiare e dormire permettono la sopravvivenza, è solo il gioco con la creatività che lo connota a dare senso alla vita e a spingerla ancora e ancora verso il futuro. La presenza della capacità di giocare assicura non solo che siamo vivi ma anche che stiamo bene. Il confine tra salute e patologia psichica, anche durante la vita adulta passa dunque attraverso il gioco.

Del resto citando ancora una volta Winnicot: il poeta che scrive, l’artista che dipinge, l’adulto che pensa, l’adolescente che si innamora e il bambino che gioca abitano lo stesso luogo.
 

 

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E' grave dottore ?
di Raffaela Iale

Capita spesso di sentir parlare dell’adolescenza come di una malattia, di considerarla una fase ‘difficile’, che però passa. Ed in effetti quel paradosso vivente che è l’adolescente, può legittimamente far supporre che ci si trovi di fronte ad una rompicapo complicato da affrontare e risolvere. In realtà, l’adolescenza è una ‘condizione adolescenziale’, limitata convenzionalmente all’età dei ‘teen’ (dai 13 ai 19 anni), che segna il transito, faticoso e non indolore, all’età adulta. Il corpo cambia prepotentemente, la mente è fervida ed ingannevole, il cuore batte a velocità doppia, tanto che tutte le emozioni sono vissute all’eccesso. Non è facile acquisire l’agognata autonomia, quando dentro si desidera solo tornare bambini e farsi coccolare e proteggere da mamma e papà. L’adolescente non si riconosce, perchè sa bene ciò che è stato fino a quel momento, ma non sa cosa sta per diventare e, soprattutto se ce la farà a diventarlo. D’altro canto, anche i genitori stentano a riconoscere il proprio figlio in quel giovane adulto che gira per casa.

Come fare, allora, quando la continua altalena di sentimenti porta in casa la nostra vulnerabilità del cielo d’Irlanda? Certamente, non bisogna drammatizzare e ‘medicalizzare’ quello che Anna Freud (figlia del più noto Sigmund) ha definito un ‘disturbo normale dell’età evolutiva’. Nella giusta prospettiva del processo di crescita, educare un adolescente vuol dire contenere i suoi eccessi, ‘prestargli la mente’ per consentirgli di elaborare pensieri, preoccupazioni, insoddisfazioni e dare concretezza alle progettualità, che va tessendo, come fili di ragnatela, con il segreto scopo di diventare padrone del proprio futuro. Il dialogo, dunque, è la migliore arma del genitore, che potrà anche farsi aiutare quando comprenda di non avere risorse sufficienti allo scopo. In fondo l’attuale società richiede una certa specializzazione per il mestiere di genitore.

E il compito sarà tanto più facile più avremo costruito negli anni un saldo rapporto di fiducia con i nostri figli.
 

 

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Lo stress tra di noi
di Mariella Bracalente

I genitori non hanno vita facile.

Afflitti da un’incessante corsa contro il tempo, sono pieni di cose da fare e devono programmarsi per ogni mansione.

Tuttavia gli imprevisti capitano e lo stress sale.

E il ‘contrattempo’ diventa un elemento di disturbo.

Nel marasma della sua attività perpetua, l’adulto vive tutto come un problema. Così, nel suo dover agire, produrre e risolvere rischia di includere tutto: pratiche di lavoro, rapporti con i colleghi, spesa, pranzo, bollette e … figli. Anche i figli sono prima o poi inclusi nella lista delle cose da risolvere. Devono saper essere competitivi, produttivi e autonomi; devono essere vincenti e non creare stress. Se vanno male a scuola, non c’è tempo di capire perché: scattano punizioni, costose ripetizioni private, liti con l’insegnante che non comprendono fino in fondo.

Ora mi domando in che modo un figlio può sentirsi amato se viene percepito come problema perché non corrispondente alle aspettative dei grandi? E i grandi nella loro corsa, come possono assaporare l’impegno educativo se vedono solo problemi e non persone? Condizioni di stress e non occasioni di crescita? Contrattempi negativi e non possibili vie di cambiamento? …

… e se invece di combattere gli imprevisti, ce ne lasciassimo stupire?
 

 

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Vita da bulli
di Barbara Esperide

I primi studi sul bullismo risalgono agli anni ’70 ad opera di Olweus, studioso di origine norvegese, il quale con il termine bullismo indica “uno studente che è oggetto di prevaricazioni, esposto ripetutamente, nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da uno o più compagni”. La letteratura internazionale definisce il bullismo dal termine inglese bullying dal verbo to bully che significa fare il prepotente, comandare. 

Le caratteristiche peculiari del bullismo che lo distinguono da altri comportamenti aggressivi sono:

·        l’intenzionalità, il bullo mette in atto l’azione offensiva fisica o verbale con l’intenzione di arrecare danno ad un altro; 

·        la persistenza, l’interazione bullo-vittima si caratterizza per la ripetitività dell’azione che si protrae a lungo nel tempo;

·        la asimmetria, la relazione bullo-vittima è fondata sullo squilibrio e disuguaglianza di forze, c’è chi domina e chi subisce e quest’ultima difficilmente riesce a difendersi da sola. 

Si possono individuare due forma di bullismo: DIRETTA ed INDIRETTA, la forma diretta può essere FISICA, si manifesta in attacchi aperti nei confronti della vittima, con, pugni, calci, aggressioni e VERBALE comprendente offese, parolacce, minacce, scherni e derisioni. La forma indiretta prevede una più “sottile” modalità psicologica d’azione che si esplica nell’esclusione della vittima dal gruppo dei pari e nella diffusione di notizie false.

Gli episodi di bullismo trovano nella scuola l’ambiente privilegiato per la messa in opera degli atti di prevaricazione: nei corridoi, nelle palestre, nell’intervallo o a mensa, ma sono anche frequenti negli autobus e  nei quartieri delle città.

I bambini o ragazzi che subiscono prepotenze possono mettere in atto dei comportamenti espressione del disagio psicologico che stanno vivendo, possono rifiutarsi di andare a scuola, di raccontare ai genitori cosa sia avvenuto a scuola, inventare malesseri e, nei casi più gravi, possono anche incorrere  in veri e propri disturbi d’ansia e del sonno.

Di fronte al bullismo, gli interventi  già realizzati  in molte scuole testimoniano la necessità e l’urgenza di programmare specifiche azioni finalizzate all’intervento  e, soprattutto, alla prevenzione del bullismo. Tali iniziative richiedono una  collaborazione di tutte le agenzie di socializzazione, a partire dalla famiglia e dalla scuola. Iniziare a creare un ambiente sensibile ed  attento a tutto quello che avviene tra i ragazzi è uno degli obiettivi principali e  nello stesso tempo un punto di partenza necessario per affrontare il bullismo.

 

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Educare i grandi
di Maria Luisa Leombruni

Da quando il  bullismo ha fatto ingresso nella scuola, ci si è dati da fare per mettere a punto didattiche specifiche, interventi individualizzati, riflessioni, convegni con esperti. Tra la molta bibliografia fiorita negli ultimi anni c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nella scuola si può intervenire sia a livello di programmazione e di politica scolastica, sia a livello di contenuti educativi trasmessi nel corso delle lezioni (didattica curriculare, potenziamento delle abilità sociali, educazione tra pari…).

Eppure il fenomeno sembra proliferare nonostante i tentativi messi in atto per arginarlo.

Ci siamo concentrati sul COME FARE, sui METODI e sulle TECNICHE tralasciando il senso del fenomeno.  Alla domanda primaria “come arginare? cosa fare?”, andrebbe sostituita la questione fondamentale “Che cosa significa, che cosa ci comunica?”.

E’ naturale chiedersi se sia un fenomeno di tipo sociale, un segno dei nostri tempi così complessi e burrascosi. Segno di un aumento esponenziale di aggressività a livello sociale? Di una società adulta che ha perso il senso del vivere e non può quindi trasmetterlo ai suoi figli se non causando accumulo di ansia e insoddisfazione proiettati altrove?

Alcuni studiosi ipotizzano che i ragazzi oggi siano più maleducati; ma è solo maleducazione o si tratta di rifiuto, di opposizione a forme di addomesticamento sociale? Chi vive accanto ai ragazzi di oggi sa quanto sia reale e drammatico il silenzio che accompagna talvolta la loro vita: vivono il presente senza passione. Del resto l’odierna scena sociale e culturale è un deserto dei cuori nei confronti del quale i giovani rispondono sempre più con apatia e indifferenza finendo non di rado per perdersi. Quale futuro si apre di fronte a loro?

Se il bullismo comunica un male di vivere, un non-senso della vita, che dai padri passa silenziosamente ai figli, non bastano didattiche raffinate a scuola.

E se ci fermassimo un attimo per tornare alle domande fondamentali dell’uomo: Chi sono? Che senso ha la mia vita? Sono felice di vivere in questo modo? In quale ingranaggio patologico sono finito?

Siamo ancora in tempo o è troppo tardi? Di certo abbiamo già perso diversi treni, ma forse l’ultimo deve ancora partire.

E’ urgente una inversione di marcia; non più (o non solo) l’adolescenza al centro degli interessi, ma la sensibilizzazione dell’intera comunità di adulti che inconsciamente (ma talvolta purtroppo coscientemente), sostengono, mantengono,  permettono il perdurare di alcune situazioni.

Appare sempre più urgente la presa di coscienza della corresponsabilità e della ricerca, da parte degli adulti, di un insieme di valori indispensabili per l’educazione dei minori e di modi appropriati per trasmetterli. La via migliore per ridurre il malessere giovanile è quella della RIEDUCAZIONE degli ADULTI non solo per renderli preparati a dialogare con le nuove generazioni, ma anche a saper valutare i nuovi contesti culturali, politici ed economici entro cui i ragazzi e le ragazze crescono.

I nostri allievi, istruiti e competenti nel campo scientifico-tecnologico, hanno una sorta di ignoranza interiore e spirituale.

Una società come la nostra non respira più. L’allievo non respira più. Dobbiamo attivare percorsi nuovi per tornare a respirare.

Gli orizzonti si sono rimpiccioliti. Nella società del denaro siamo prigionieri, spesso inconsciamente, in centri di accoglienza temporanei, in gabbie di sofferenza come quelle riservate agli immigrati. Nessuno riuscirà a convincerci che questi centri di imbrigliamento nel presente siano quanto di meglio e progredito si possa pensare. C’è bisogno di qualcuno che ricominci ad alzarsi per denunziare l’imbroglio e spinga per l’inizio di un nuovo esodo mosso dalla speranza e dalla voglia di affrettare il futuro nostro e di Dio.

Non possiamo più aspettare. L’ultimo treno sta per partire … 
 

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Genitori e figli: che cosa prevede la legge sull'affidamento condiviso
di Stefano Maggini

Finalmente dopo alcuni anni di travagliato iter parlamentare, è stata approvata la Legge sull’affidamento condiviso dei figli nei casi di separazione dei genitori. Entrata in vigore lo scorso 16 marzo, questa Legge, pur con le sue limitazioni, è tra le più importanti dalla riforma del diritto di famiglia del ‘75. Essa impone una vera e propria rivoluzione culturale e rappresenta un primo grande passo verso il cambiamento della mentalità radicata da anni, secondo cui i figli, in caso di separazione dei genitori, venivano quasi sempre automaticamente affidati alla madre, mentre al padre, preposto al pagamento dell’assegno, veniva precluso ogni diritto/dovere di educare i figli, di stargli vicino, di “essere genitore”…

Ora, invece la nuova legge, che ci riporta in linea con la normativa europea, stabilisce che la regola da seguire, è l’affidamento condiviso. Cioè, in mancanza di accordo sul punto dei genitori, il giudice deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli restino affidati ad entrambi i genitori, e potrà pensare ad un affidamento esclusivo ad uno di essi soltanto se avrà ritenuto impossibile porre in essere quello condiviso, e in ogni caso quando l’affidamento all’altro venga valutato come contrario all’interesse del minore. Questo fondamentale principio che non è altro che la condivisione delle responsabilità dei compiti genitoriali e delle funzioni educative, si accompagna ad un altro importante principio introdotto dalla nuova legge che è quello che la potestà  continua ad essere esercitata da entrambi i genitori anche nel caso si dovesse optare per l’affidamento esclusivo ad uno di essi. Ciò significa che ciascun genitore, pienamente, ma non congiuntamente, senza invadere la sfera dell’altro genitore, ha la possibilità di assumere le decisioni che ritiene più giuste per il figlio, in maniera autonoma sia pure condizionato dalla necessaria condivisione educativa. E nell’eventualità di disaccordo tra i genitori? Nessun problema, apparentemente; il legislatore ha previsto che il giudice possa disporre, relativamente all’ordinaria amministrazione, l’esercizio separato della potestà. Appare chiaro, da quanto sopra detto, che l’intento di codesta legge, è quello di porre finalmente, i genitori su un piano di eguaglianza fra di loro, con pari diritti e doveri (parigenitorialità), nell’educazione dei figli, dei quali ultimi, comunque, devono essere sempre riconosciuti i primari diritti.

Principio, quello della bigenitorialità, che rappresenta un traguardo importante ma che sostanzialmente non è in assoluto una novità; la riforma non fa altro che riaffermare un principio, fino ad oggi disatteso, della Convenzione di New York ratificata dall’Italia nell’89, che prevede il diritto del minore ad avere entrambe le figure genitoriali.

Dunque questa Legge, che comunque si dovrà cercare di perfezionare, con le novità che ha introdotto rappresenta una vera rivoluzione epocale; l’auspicio è che non resti solo sulla carta, e che le norme vengano rispettate si, dai genitori ma anche dai giudici e che da parte di tutti, avvocati compresi, si faccia tutto il possibile affinché cambi la mentalità corrente se non si vuole correre il rischio che tutto resti come prima.
 

 

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SmS per genitori
a cura dell'equipe di Mondogiovani

·        Quando mi chiudo in camera non agitarti: non voglio escluderti, desidero stare semplicemente solo. 

·        Quando ritorno da scuola se mi chiedi soltanto quanto ho preso nel compito in classe, ho l’impressione che tu ti preoccupi più per i miei voti che per quello che sento. 

·        Quando il mio look ti indispone, non lo prendere come un modo per disprezzare te: è semplicemente il mio bisogno di sentirmi come i miei coetanei.

·        Quando ho un problema, concedimi il tempo di trovare le soluzioni. 

·        Quando mi vedi piangere non chiedermi perché, stammi solo vicino. 

·        Quando tu mi dici ‘no’, desidererei che mi dicessi anche il ‘perché’. 

·        Quando ti fermi ad ascoltarmi, io mi sento importante. 

·        Quando mi dai la possibilità di confrontare le mie opinioni con le tue, mi sento importante. 

·        Quando tu accetti i miei amici, sento che tu hai fiducia in me. 

·        Quando tu sei contento per le cose di cui sono contento io, avverto che i miei sentimenti hanno valore.

 

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Oratori e centri giovanili, l'altra casa dei ragazzi
di Daniela Marozzini e Maria Vittoria Giustozzi

Mi piace definire l’oratorio come una “casa” che accoglie tutti, dai bambini agli anziani, da cattolici ai fedeli di altre religioni, dal povero al ricco.

I padroni di casa sono i sacerdoti, che aiutati da laici collaboratori, con impegno e dedizione, si occupano di tutti quei giovani ospiti che entrano nella casa. Grazie ad attività teatrali, ludiche, dibattiti e conferenze su tematiche attuali e quotidiane che riscuotono l’interesse dei giovani, si cerca di conoscere e capire il ragazzo con i suoi problemi, paure, ma anche con i suoi progetti, sogni, aspettative e lo si aiuta nella sua crescita personale, ma anche spirituale. Molto importante è cercare di responsabilizzare i più grandi nei confronti dei più piccoli. Il fine ultimo dell’oratorio è di formare giovani che si impegnino a guidare bambini e ragazzi, così come essi erano stati guidati a loro volta. I giovani sono chiamati a portare la loro esperienza, i valori, l’amicizia e l’amore che hanno ricevuto a scuola, in famiglia, con gli amici al di fuori dei rassicuranti confini oratoriani.

Accanto agli Oratori, costituiscono un altro luogo di aggregazione per giovani anche i Centri di Aggregazione Giovanile. Disseminati in tutto il nostro territorio, costituiscono un’attrattiva molto importante per i ragazzi che, in uno spazio attrezzato per il gioco, trovano relazioni importanti ed educative. Le porte sempre aperte, nessun vincolo se non le più semplici ed essenziali regole della convivenza e del rispetto, i giochi, le attività che stimolano ed esprimono la creatività dei più giovani, il legame con il territorio e, soprattutto, le relazioni sono tra le principali caratteristiche che identificano i Cag. Alternativa alla strada, spesso i Cag diventano il luogo fisico ed umano in cui si esprime uno “spazio educativo a bassa soglia” che fa dell’accoglienza pura e scevra da ogni pregiudizio la sua principale progettualità. Tale accoglienza si manifesta principalmente nelle relazioni tra ragazzi e tra ragazzi ed operatori. E proprio tali relazioni costituiscono la principale risorsa dei Cag che hanno a cuore la crescita dei giovani, il loro inserimento maturo nella società dei grandi, la prevenzione del disagio, l’ascolto attento delle richieste di aiuto che, seppur implicite, spesso gridano la fatica di crescere che i ragazzi vivono.

 

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Una vita giorno per giorno, senza farsi troppe domande
di Giovanni Blandino

Domenica pomeriggio. Un bar. Siamo cinque ragazzi. Altrettante birre. L’atmosfera giusta per discutere della settimana appena trascorsa, conclusasi in bellezza la sera prima. Ma il discorso si allarga e con leggerezza (superficialità?), fra una battuta e l’altra, trattiamo i temi più seri.

Spunta, come al solito, la fatidica domanda “Cosa farai all’università?”. E si dà il via alla danza sfrenata delle speranze. Uno ad uno tiriamo fuori progetti che starebbero meglio su una nuvola che sulla terra, sogni di successo, di ricchezza, d’amore. Ma, dal miscuglio contraddittorio, viene fuori una cosa, vera: tanta voglia di libertà. “Ma che libertà?” Potrebbe chiedersi qualcuno, visto che in molti (a torto o a ragione) sostengono che ne abbiamo fin troppa. “Libertà di farci una vita come la sogniamo” rispondiamo noi. E non importa se, molto raramente, ci sfiora la consapevolezza che ciò sarà difficile, se non impossibile: serve giusto a rendere il sogno non troppo scontato.

Un attimo e siamo già passati ad altro: noi e la società.

Che non ci piaccia la società così com’è, questa è sempre stata una nostra prerogativa. Ma, nei primi anni della nostra adolescenza, abbiamo tanto lottato per entrare in questo mondo; siamo stati in crisi mentre il nostro pensiero diventava niente, sballottato fra quello che dicevano i nostri genitori e quello che volevano gli altri. Dopo tutta questa fatica ci guardiamo fra di noi e capiamo che forse abbiamo perso la forza di cambiarla. Sappiamo che prima o poi saremo costretti ad adeguarci alle regole del gioco, e tanto più ne siamo consapevoli, tanto più tutto ciò ci fa paura.

Ma questi pensieri sono troppo profondi per una domenica pomeriggio, allora un sorso di birra, una battuta dell’amico, e li ricacciamo indietro. E, fra la voglia di libertà assoluta e l’incubo di una vita prestabilita, meglio pensare al prossimo concerto, al gruppo di amici che si ha, al vivere la vita giorno per giorno, senza farsi troppe domande. Ci farebbero troppa paura.

 

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Cosa vogliamo e come siamo davvero
di Giulia Marziali

Sempre più spesso, si parla di adolescenti soltanto in rapporto ai preoccupanti dati che riguardano l’uso o l’abuso di alcol e sigarette. Li si identifica soltanto con la vita bassa, i vestiti firmati e il cellulare con la fotocamera. Pecoroni senza personalità disposti a seguire sempre e solo il branco.

Non è giusto.

Gli adolescenti non sono soltanto questo. Da un lato esistono certamente gli eccessi, ma dietro la facciata “sfacciata”, si nasconde una maggioranza di ragazzi che si interessa di politica, di cinema, di musica (musica vera, non soltanto il “tunz tunz” del sabato sera in discoteca), dei problemi sociali; ci sono quelli che scelgono il volontariato non soltanto per acquisire crediti formativi (almeno così si spera) ma anche per dare un aiuto concreto.

Ragazzi che si tengono informati, si interessano a ciò che succede intorno a loro e che costruiscono il loro futuro, impegnandosi negli studi. I loro sogni? Non soltanto di fare la velina o il calciatore, di avere il villone o lo yatch a Porto Cervo.

Molte ragazze, pur pensando ad un futuro in cui lavorare per avere una loro personale indipendenza, vorrebbero non rinunciare alla famiglia e ai figli, che sono rimasti valori importanti, nonostante i Pacs e tutto il resto.

E un numero sempre crescente di ragazzi sogna di fare il giudice o il magistrato per una voglia di legalità e di giustizia che forse non vedono nelle istituzioni di oggi.

Sognano di fare i giornalisti, per raccontare in modo obiettivo la verità, che non esiste più, sabotata dalla politica e dall’interesse personale.

Sognano di fare anche i politici, per cercare di portare un po’ di “freschezza” ad un mondo politico sempre più corrotto.

Dopotutto, si sogna ancora di cambiare il mondo…

 

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Se vai male a scuola, arrangiati
di Samuela Pallottini

Vi siete mai chiesti quanto si interessano i genitori del percorso scolastico dei loro figli? Per chi questa domanda non se l’è mai posta, la risposta potrebbe forse risultare scontata, infatti si pensa che ogni genitore abbia a cuore la crescita culturale di un figlio. Eppure non sempre è così anzi, più i figli crescono e più il rapporto scuola-famiglia entra in crisi. Questo almeno è ciò che accade se si analizza la situazione in un contesto ampio e generalizzato, senza escludere quindi che genitori coscienziosi ed interessati alla cultura dei propri figli ci siano! Ma questi genitori incominciano ad essere una vera e propria rarità, soprattutto se hanno figli che frequentano il triennio delle scuole superiori. Forse strada facendo diventano talmente nauseati dalla svogliatezza dei figli che finiscono per disinteressarsene, oppure danno a questi ragazzi una fiducia illimitata, per cui li reputano capaci di auto-gestirsi nel rapporto con la scuola? Una risposta chiara e precisa non c’è, ma ci sono molte altre certezze. Certezza è il fatto che i genitori di figli che frequentano la scuola dell’infanzia o il primo ciclo (le nostre mitiche elementari, che sebbene abbiano un nome diverso tuttavia la sostanza resta la stessa!), vivono con estrema ansia ogni evento scolastico, partecipano alle riunioni con più interesse, ordinano i libri con maggiore tempismo, e tentano di instaurare un rapporto con gli insegnanti. Certezza è poi il fatto che alle scuole medie inferiori questo interesse è già meno visibile, si incominciano a saltare le riunione, si manifesta malessere verso gli insegnanti che esortano ad un maggior coinvolgimento. Certezza è infine che la scuola superiore vede una “dispersione dei genitori” davvero notevole, soprattutto dopo il biennio. Ed è paradossale, ma ciò capita anche nelle scuole non statali, dove il genitore per assicurare al figlio un’istruzione paga profumatamente. Una domanda quindi risulta quasi scontata: questi genitori d’oggi, intenti a comprare ai figli cellulari ultra piatti e ultramoderni, capiscono fino in fondo l’importanza della scuola, dell’apprendere in sé e per sé, al di là di ciò che ognuno diventerà o farà “da grande”? Ma soprattutto si rendono conto del fatto che l’insegnante, non ancora attrezzato per i miracoli, non può fare tutto da solo, e che la scuola deve diventare un punto d’incontro e non di scontro tra genitori e docenti? Capire questo significherebbe istruire ed educare con coscienza, al di là di ogni possibile ed improbabile riforma scolastica!

 

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Cerchiamo di prevenire i problemi
di Claudia Colletta

Il disagio giovanile, a Fermo e circondario, attualmente non sembra assumere forme pericolose: negli ultimi cinque anni la situazione è rimasta stabile, i casi trattati dai Servizi sociali del comune di Fermo, circa ottantacinque di cui una trentina seguiti direttamente a casa, non sono né aumentati, né diminuiti. Maria Antonietta Di Felice, assessore ai Servizi sociali, afferma: “Il comune promuove ogni anno un’intensa attività di prevenzione del disagio giovanile, tramite diverse strutture presenti sul territorio, come le ludoteche – che coprono l’età delle elementari e medie -, o i Cag – Centri aggregazione per bambini e adolescenti dai 5 ai 17 anni-, o ancora attraverso collaborazioni con cooperative, Serd, consultorio o varie associazioni, solitamente di volontariato, come “Farsi Prossimo”, che gestisce l’Informagiovani. Importante è la collaborazione con la Asl, in particolare con il Tim territoriale di prevenzione, tramite il quale è possibile effettuare dei test nei maggiori centri di aggregazione sociale giovanile, come le scuole, le palestre, o prima dei concerti. I questionari si rivelano poi strumenti essenziali nella prevenzione all’abuso di alcool, droga, gioco e per la sensibilizzazione ad un corretto uso alimentare”. Solitamente i ragazzi rispondono bene all’attività preventiva, lasciandosi coinvolgere. Ma come intervengono i servizi sociali nei casi di evidente disagio giovanile? “Naturalmente ci sono vari modi”, continua la Di Felice, “elargendo, ad esempio, contributi economici contro l’abbandono scolastico, oppure intervenendo direttamente con un servizio di assistenza scolastica o domiciliare”. I casi di cui si occupano i servizi sociali sono articolati, coprono varie aree, come il penale, il civile e l’amministrativo. Quelli che attualmente hanno maggiore incidenza sul territorio riguardano i problemi di immigrazione: “alcuni adolescenti stranieri  sono collegati a casi penali, si tratta, in genere di giovani compresi tra i 15 e i 17 anni con problemi di tossicodipendenze. In altre situazioni, invece, necessitano solo di assistenza linguistica, anche domiciliare, ma nella maggioranza dei casi dimostrano di essere ben integrati nel territorio, soprattutto i giovani di seconda generazione”, conclude l’assessore.

 

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I giovani ti sorprendono sempre
di Simona Mengascini

I ragazzi che provocano, sfidano e cercano di far reagire l’adulto/nemico che hanno di fronte sono all’ordine del giorno all’Istituto professionale di Stato per l’Industria e artigianato “F. Corridoni” un crocevia di situazioni giovanili di tutti i generi. Basti pensare che in questa scuola superiore, solo nella sua sede di Corridonia (ce ne sono altre due a Civitanova e Macerata), su una popolazione scolastica di 440 studenti ci sono 74 stranieri e 22 disabili: e in una stessa classe possono capitare 3 disabili e quattro ragazzi non italiani o in un’altra nove stranieri di quattro nazionalità diverse; per non parlare del fatto che gli studenti italiani provengono da tutti i paesi circostanti, 42 per la precisione, distribuiti tra le province di Macerata, Ascoli e Fermo. Ragazzi diversi per carattere e ragazzi diversi per provenienza o condizione: l’integrazione è il comandamento primo di tutta l’attività didattica a cominciare da quella tra gli studenti e la scuola in quanto tale. Raccontano il dirigente scolastico Raffaele Ciarapica e il professor Flavio Donati che certe prime sono terribili, al limite dell’ingestibilità. “Nei licei dici ai ragazzi di studiare e loro studiano. Noi glielo diciamo venti volte al giorno e non ci danno retta. Quando arrivano molti dei nostri studenti sono demotivati, nelle scuole che hanno frequentato in precedenza sono stati trattati come poco intelligenti, si sono sentiti umiliati e sconfitti. Non capiscono il valore della cultura e non gli interessa più di tanto. Si tratta dunque di ridare loro dignità, di farli sentire capaci di imparare e di insegnargli le regole dell’educazione e della convivenza. Se si sentono rispettati, rispettano, e quando escono dalla scuola sono persone diverse, ponte per entrare nel mondo del lavoro e affidabili, ne abbiamo avuto spesso dei riscontri. Ma al loro ingresso è dura, bisogna saper aspettare resistere alle provocazioni”.

Gli stranieri dentro le classi tutto sommato si trovano bene e se ci scappa la battuta razzista non è quasi mai cattiva e i progetti di conoscenza delle reciproche culture e di attività (spesso sportive) da svolgere insieme si susseguono. Il problema più grave per questi studenti è la lingua o la scolarizzazione avuta nei paesi di origine ma alcuni, i pakistani, per esempio, si rivelano alunni brillanti, soprattutto in matematica. Studiano insieme, giocano insieme, ma poi si frequentano? Su questo la scuola non può fare molto e se, come nel caso di territorio di Corridonia, ci sono delle forti comunità sul territorio, si rimane nel proprio gruppo etnico.

E quei ragazzi particolari che sono i disabili cercano a loro volta di integrarsi: fanno un percorso uguale agli altri o specifico a seconda delle loro condizioni. A volte si trovano così bene nelle classi che non vogliono andarsene dalla scuola: altri invece riescono a imparare un lavoro e si inseriscono in azienda. Il Professionale che oltre agli indirizzi meccanico, elettronico ed elettrico ha anche il settore servizi sociali che ha aperto la scuola alle ragazze dandole un po’ più di “respiro”, trova in quest’ultimo indirizzo la possibilità di stage formativi presso cooperative più adatti ad alcuni degli studenti disabili.

Quella tra scuola e lavoro è infine la forma di integrazione più importante di cui fanno esperienza i ragazzi. Gli stage obbligatori di tre settimane che si svolgono nell’ultimo anno di corso nelle aziende del territorio oltre a dare le competenze sono la garanzia di un lavoro per la maggior parte dei diplomati. “C’è bisogno anche di ragazzi pronti a sporcarsi le mani – dice più volta Ciarapica -. Facciamo una gran fatica, a volte, a non mandar via i ragazzi, a dargli il tempo di mostrarci veramente se stessi, ma poi li scopriamo autentici e con un’umanità sorprendente. Io non sono pessimista sui ragazzi, italiani, stranieri o disabili, hanno sempre delle capacità da tirare fuori”.

 

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La mediazione familiare: che cosa è?
di Raffaela Iale

Non è infrequente, dunque, che una coppia di sposi si trovi a dover fare i conti con le proprie e personali fragilità emotive, errori e contraddizioni. Quando si è perso di vista il progetto di vita comune, non è difficile che i coniugi si scoraggino di fronte ad una matassa di sentimenti non tutti positivi e perda il desiderio di continuare a tentare. Giunti alla decisione di separarsi, però, ecco affacciarsi tutta una schiera di problemi inattesi: la nuova vita in case separate, nuovi costi da sostenere e come organizzarsi per i figli? Il fallimento del sogno di una vita insieme genera sensi di colpa, dai quali si guarisce solo con il più difficile dei perdoni: quello a sé stessi. La rabbia verso il coniuge, che ha dato causa alla separazione, si mescola con l’angoscia di non sapere davvero come affrontare tante incognite, e si rafforza fino al limite in cui ogni cosa è motivo di aspri diverbi o insanabili contrapposizioni. In questo clima, prendere decisioni importanti, che coinvolgono l’immediato futuro di tutti i membri della famiglia, è davvero impossibile.

La Mediazione familiare è un percorso di pace finalizzato alla risoluzione dei conflitti familiari, che si pone su un piano alternativo, ma integrativo, a quello legale. Il suo obiettivo è ristabilire la comunicazione tra i coniugi e altri componenti della famiglia al fine di riorganizzare le relazioni genitoriali e materiali in vista e a seguito della separazione e del divorzio, o in altre occasioni di crisi familiari. E, soprattutto, perché è un modo di imparare a comunicare superando la logica della “vittoria” di una parte sull’altra.

Si rivolge a tutti coloro che sentono di non avere le risorse per affrontare da soli un conflitto familiare. Il mediatore è un terzo neutrale e qualificato, che si adopera affinché i componenti della famiglia riescano ad elaborare in prima persona un accordo scritto con valore legale, durevole e mutuamente accettabile, che tenga conto dei bisogni di tute le parti coinvolte nel conflitto, in uno spirito di corresponsabilità e uguaglianza qui in diocesi

Per esempio, presso il Consultorio Familiare “Famiglia Nuova”, dove viene offerto gratuitamente un servizio qualificato di mediazione familiare, per aiutare i confliggenti a ricreare una relazione soddisfacente, che permetta loro di gestire in autonomia eventuali negoziazioni future.

 

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